COME SARÁ UN MONDO A +1,5 ° C

“Un mondo ‘molto al di sotto dei 2°C ed entro gli 1,5°C’ non è comunque il mondo che conosciamo e né la natura né le comunità vulnerabili sono al sicuro. Il limite di  1,5°C  é una soglia minima di sopravvivenza per le popolazioni costiere e delle isole e per le specie in pericolo; ed é plausibile che si possa mantenere una certa sicurezza alimentare”. Ce lo ha detto molto chiaramente Stephan Singer, direttore Energia del WWF Internazionale ed esperto di dinamiche climatiche, commentando il testo finale proposta dal Presidente della COP21 a Parigi.

Deve però esser chiaro che andare oltre  1,5°C di aumento medio globale delle temperature potrebbero voler dire scatenare un cambiamento climatico fuori controllo, come lo scioglimento inarrestabile di parti dell’Antartide e della Groenlandia, con un innalzamento del livello del mare da 5 a oltre 7 metri, nei secoli futuri. L’acidificazione degli oceani si intensificherebbe, minacciando la catena della vita marina e la sopravvivenza di tutte le barriere coralline, mentre le foreste potrebbero morire a causa della siccità e delle infestazioni in continuo aumento.

Però anche in un mondo che riesce a limitare il riscaldamento globale saranno ancora urgentemente necessari l’adattamento e provvedimenti per far fronte alle emergenze. Abbiamo già superato di 1°C la temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali: gli eventi climatici estremi sono aumentati di numero e intensitá a livello globale, l’innalzamento dei mari sta aumentando il ritmo di crescita.

Quindi un mondo a +1,5°C richiede un’azione rapida e profonda per aumentare le risorse rinnovabili e l’efficienza energetica il più possibile, per eliminare completamente i combustibili fossili entro il 2050 al più tardi, per fermare la deforestazione in questo decennio e passare a un’agricoltura realmente sostenibile e a una politica di freno del consumo del suolo, contemporaneamente alla riduzione a zero delle emissioni di gas serra all’incirca entro l’inizio della seconda metà di questo secolo.

Il mondo a +1,5°C richiede un cambiamento di rotta ampio e incisivo per investire fino a 2-3.000 miliardi  di dollari americani annui in rinnovabili, in efficienza energetica, nell’utilizzo sostenibile della terra e delle foreste e in un sostegno finanziario significativamente maggiore a favore dei paesi poveri per la mitigazione e l’adattamento.

Per tutte le economie mondiali, tutto ciò risulterà ancora meno oneroso rispetto alla somma dei sussidi che annualmente vengono dati dai Governi ai combustibili fossili e ai costi esternalizzati per il carbonio e l’inquinamento dell’aria (circa 5.000 miliardi  di dollari americani annui) e i costi altissimi dei danni climatici o ai costi dell’adattamento previsti in un mondo oltre i +2°C.

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Il passaggio a un mondo “molto al di sotto di +2°C”, che si attesti su 1,5°C, richiede una revisione decisa e un rafforzamento degli impegni dei paesi (INDC) esistenti,  in particolar modo di quelli delle nazioni sviluppate. Se gli INDC rimarranno cosí,  sará impossibile perseguire l’obiettivo di un  mondo “molto al di sotto di +2°C”, che si attesti su 1,5°C.

Per questo é importante che il mondo decida di stare sotto 1,5°C di aumento della temperatura: poi peró é vitale che, da lunedí, faccia di tutto per starci davvero. E il mondo siamo tutti noi.

NON INVENTATEVI FORMULE AMBIGUE, MEGLIO LE EMISSIONI ZERO

 

In una La Bourget abbastanza popolata, nonostante si sapesse giá da stamane che oggi ci sarebbero state solo trattative e contatti bilaterali, molte persone vagano in questo venerdí con lo sguardo perso nel vuoto facendosi una sola domanda: che cosa é la GHG neutrality?

Ovviamente si scherza, in effetti quelli che hanno letto tutto il nuovo testo negoziale presentato ieri sera dal presidente della COP21 di Parigi, Laurent Fabius, forse non ci hanno fatto nemmeno tanto caso. Per l’obiettivo di lungo termine, peró, nel testo non si parla di percentuali, o di decarbonizzazione, ma appunto di “neutralitá rispetto ai gas serra”. E non é affatto la stessa cosa: il termine si riferirebbe, pare, a una situazione in cui la somma delle emissioni in atmosfera è pari alla somma delle emissioni assorbite in modo persistente dalle biomassa (foreste, suolo) o catturate e stoccate sotto terra. Questo potrebbe, in linea di principio, aiutare a ridurre in modo significativo le emissioni, ma non puó certo essere sostitutivo dell’esigenza di ridurre a zero le emissioni immesse in atmosfera dalle attivitá umane. Per capirci, se per stare sotto 1,5 gradi centigradi avremo sicuramente bisogno di aumentare l’assorbimento di CO2 da parte delle foreste e del suolo, la prima cosa da fare sicuramente é evitare di continuare a immetterere gas serra in atmosfera. E’un po’come se ci fosse un grosso incendio nel mezzo del nostro salotto e pensassimo di abbattere il muro e mettere delle cappe di aspirazione per non morire intossicati dal fumo: certo, in una fase successiva puó aiutare, ma la prima cosa da fare é spegnere l’incendio e con esso la produzione del fumo! Inoltre, l’ambiguitá del termine consentirebbe addirittura di continuare a deforestare, a patto che poi si piantassero tanti alberi, con una perdita di biodiversitá enorme e danni incalcolabili. Ma forse anche incalcolabili guadagni da parte di qualcuno. Tutto per continuare a usare i combustibili fossili, pur in presenza di alterantive enormemente competitive, le energie rinnovabili.

Il testo propone di raggiungere la GHG neutrality  “nella seconda metà di questo secolo” – cioé  in qualsiasi anno tra il 2051 e il 2099. Questo non solo è vago, ma anche una forte contraddizione con l’articolo 2 che impone di stare “ben al di sotto dei 2 gradi C” e invita a “a proseguire gli sforzi per limitare l’aumento della temperatura di 1,5 gradi C”. Le emissioni residue disponibili a livello globale e cumulativamente (il bilancio del carbonio) richiedono una decarbonizzazione completa dell’economia e approvvigionamento energetico al 100%  da rinnovabili entro la metà del secolo. Inoltre tutta la deforestazione dovrá essere fermata nel prossimo decennio e occorrerá  allo stesso tempo avviare un uso sostenibile del suolo, perché possa immagazzinare sempre più carbonio nel terreno, nella vegetazione e nelle foreste.

Ecco, quella della GHG neutrality  é una mina vagante, messa chissá da chi,  nel testo di Fabius: speriamo che essa venga disinnescata presto, insieme alle altri parti ambigue, e si vada verso un linguaggio piú chiaro ed efficace.

Il testo dell’accordo potrebbe essere più forte, ma al momento ci sono anche aspetti positivi, vale a dire porte che potrebbero portare a un adeguamento degli impegni dei Paesi all’obiettivo globale di stare bel al di sotto dei 2 ° C, tenzialmente verso 1,5 ° C.  Manca ancora un percorso chiaro per rendere questo traguardo possibile, e salvare il Pianeta (e la specie umana) dalle peggiori conseguenze del cambiamento climatico. Un altro aspetto irrinunciabile é il nodo dell’equitá, con gli aiuti ai piú vulnerabili per la mitigazione, l’adattamento e le emergenze giá in atto.

L’UNIONE EUROPEA TRA VISIONE E DIVISIONE

 

Altra nottata per definire il testo dell’accordo di Parigi alla COP21. Pare che tra coloro che stanno facendo i “difficili” ci sia anche l’Unione Europea che oggi si é meritata ben due  “fossil of the day”, lo speciale “premio” che il CAN (Climate Action Network, che raggruppa molte centinaia di associazioni grandi e piccole di tutto il mondo) assegna agli Stati che si distinguono per essere i peggiori nel negoziato. Vi chiederete come mai la UE, che da decenni si lamenta di essere l’unica ad aver ridotto le emissioni, l’unica ad avere rispettato Kyoto, etc. , sia finita nella lista dei cattivi. Nel caso specifico, per la sua opposizione all’incremento degli impegni pre- 2020 (cioé prima della entrata in vigore dell’accordo di Parigi)   e per essersi opposta alla decarbonizzazione nelle riunioni a porte chiuse. Ma qui a Parigi si sa che la UE anche su altri punti cruciali ha assunto posizioni poco avanzate. Certo potrebbe essere tattica negoziale. Desta peró sospetto il fatto che é qualche anno che l’Europa si nasconde dietro le sue passate virtú per rallentare e aspettare gli altri. Quale senso abbia é difficile da capire, alla luce del fatto che il vecchio continente avrebbe tutto l’interesse a sviluppare le fonti rinnovabili e usare meno e meglio l’energia e le risorse che, tra l’altro, non ha. Per di piú, dopo la crisi economica, la UE ha sicuramente un po’meno potere negoziale, e non puó minare anche il suo patrimonio piú prezioso, la credibilitá. Eppure la UE avrebbe tutte le carte in tavola per essere leader, dando il buon esempio. E invece rischia di scomparire dalla scena pubblica del negoziato, impelagata in dinamiche interne di poco o nessun conto. Per esempio, sugli impegni pre-2020, cosa costerebbe alla UE acconsentire a un impegno superiore al quel 20% di riduzione delle emissioni per il 2020 giá assunto? Nulla, visto che le emissione europee sono giá calate del 23% al 2014. E questo anche per via della crisi economica, ma certo non solo per quella: a meno che i dirigenti europei non pensino che le politiche messe in atto siano del tutto inefficaci.

La UE ha dunque non solo la possibilitá, ma anche la necessitá di aumentare il proprio target pre – 2020, per renderlo sfidante e motore di innovazione. Alcuni alti funzionari europei sono molto affezionati agli strumenti messi in campo sinora, per esempio l’Emission Trading Scheme, lo scambio delle emissioni che avrebbe dovuto costringere gli inquinatori a pagare e che invece sinora ha prima regalato quote molto generosamente, e poi ha raccolto ben poco visto il prezzo irrisorio del carbonio: ebbene, un innalzamento dell’obiettivo avrebbe l’effetto di far alzare tale prezzo e forse far finalmente funzionare il sistema. Ci auguriamo sinceramente che la UE recuperi un po’ di capacitá visionaria, abbandoni le politiche di piccolo cabotaggio, esca dall’angolo in cui si é messa e proceda convinta per la strada che ha tanto collaborato a tracciare.

Parigi alla stretta finale, l’accordo sul clima efficace è possibile (basta volerlo)

Gli ingredienti per un buon risultato della COP21 di Parigi sono ancora tutti sul piatto. Ma il testo presentato oggi all’assemblea dal Presidente del meeting, Laurent Fabius, contiene molte opzioni e ancora parentesi quadre. Le decisioni piú rilevanti non sono ancora state prese e il diavolo, si sa, é nei dettagli e soprattutto negli scambi tra un’opzione e l’altra, tra una parentesi e l’altra. Rimangono quindi due giorni soltanto, perché qui tutti dicono che la COP21 si chiuderá davvero venerdí 11 dicembre, differentemente da quasi tutte le altre che sono terminate anche con 48 ore di ritardo. Il WWF freme, perché se il testo finale non prevederà prima del 2020 una revisione degli impegni assunti in modo volontario dai Paesi, con un adeguamento alla necessità di stare sotto 1,5 – 2 gradi centigradi, il rischio è che  i tempi si allunghino a dismisura e si condanni il mondo a un riscaldamento globale molto pericoloso. Come abbiamo detto ai negoziatori in questi giorni, inutile mettere nel testo come orizzonte il limite piú sicuro, quello di 1,5 gradi centigradi, se nel contempo non si dettano le tappe necessarie per perseguirlo, anzi si accetta “allegramente” di superare i 3 gradi aumento medio della temperatura globale.

Naturalmente, per consentire davvero la revisione e l’adeguamento degli obiettivi di riduzione delle emissioni prima del 2020, tutti gli altri importantissimi elementi sul tappeto vanno completati, dal finanziamento per l’adattamento e la mitigazione per i Paesi piú vulnerabili, ai meccanismi per far fronte alle emergenze (Loss& Damage).
Oggi la societá civile tutta, non solo gli ambientalisti, ha organizzato un sit-in molto partecipato qui, dentro la zona riservata della COP, chiedendo un accordo giusto, efficace, ambizioso. Se la società civile, partendo da punti di vista cosí diversi, è assolutamente unita nel chiedere che il cambiamento climatico sia fermato, che i piú vulnerabili siano aiutati, che la transizione sia rapida e giusta, lo possono essere anche i loro Governi, si spera.

Comuni, regioni, aziende e societá civile indicano alla COP21 che il mondo é giá cambiato

 

L’ha detto l’ex governatore (repubblicano) della California, Arnold Schwarzenegger, intervenendo in plenaria alla COP21 di Parigi, in un inedito tandem col ministro dell’Ambiente del suo Paese di origine, l’Austria: “stiamo cancellando le parole è impossibile dal vocabolario”. Un formidabile impegno dalle istituzioni locali, dalla società civile e dalle imprese per dare impulso alle azioni concrete per salvare il clima e accelerare la transizione verso un mondo fondato sulle energie rinnovabili e sull’uso efficiente dell’energia e delle risorse. Le realtà territoriali ed economiche anticipano e rafforzano il risultato di Parigi, sperando che la politica non li deluda, ma prenda atto di un mondo che éègiá cambiato. Questo é il segnale che emerge prepotentemente all’apertura della settimana decisiva per l’accordo.
“Ci impegniamo ad anticipare e superare gli obiettivi previsti dall’Accordo di Parigi; a definire e attuare strategie di adattamento (resilienza) ai crescenti rischi del cambiamento climatico; appoggiare obiettivi climatici ambiziosi a lungo termine, come la transizione al 100% di energia rinnovabile nelle nostre comunitá o una riduzione dei gas serra dell’ 80% entro il 2050”: cosí i sindaci di oltre 1000 cittá riuniti nel Municipio di Parigi alla fine della scorsa settimana. 14 Consigli regionali in Italia, su proposta del WWF, hanno votato risoluzioni che chiedono impegni maggiori.
Le iniziative delle aziende per la decarbonizzazione e lo sviluppo delle energie rinnovabili non si contano piú, alcune si possono trovare qui. Il gigante dell’economia digitale, Google, ha annunciato di voler approviggionarsi al 100% da energie rinnovabili entro il 2025. Nove importanti aziende internazionali aderenti al programma internazionale del WWF Climate Savers, che hanno assunto specifici impegni nell’ambito della campagna “Commit to Action” della piattaforma “We Mean Business” (“Noi Facciamo sul Serio”), coalizione di organizzazioni (tra le quali CDP e The Climate Group) che si sono poste l’obiettivo di accelerare la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio. Questa serie di impegni comprende l’adozione di obiettivi di riduzione dell’emissione dei gas serra in linea con lo scenario scientifico, l’impegno ad ottenere il 100% della propria elettricità da risorse rinnovabili. Le 29 aziende internazionali che aderiscono al programma WWF Climate Savers, tra cui Sofidel unica impresa italiana, hanno risparmiato sinora complessivamente 100 milioni di tonnellate di emissioni di CO2, pari al doppio di quelle prodotte ogni anno dalla Svizzera. Sofidel si é impegnata a ridurre, entro il 2020, le emissioni dirette di gas serra per ogni tonnellata di carta prodotta del 23% rispetto all’anno 2009.
Questa gara di ambizione e di futuro accompagna l’avvio dei negoziati, quasi a scongiurare che si possa mirare al minimo comun denominatore. Nonostante i toni nel complesso positivi e concilianti, il fuoco cova sotto la cenere. Se le questioni non fossero cosí tremendamente serie, ci sarebbe quasi da sorridere, per esempio ascoltando un rappresentante di uno stato petrolifero lanciarsi in lodi sperticate dell’IPCC –il Panel Scientifico delle Nazioni Unite- per usarlo contro un piú deciso tetto all’aumento del riscaldamento globale (ben al di sotto dei 2 gradi centigradi). Le questioni degli impegni differenziati tra Paesi Sviluppati e Paesi in via di Sviluppo, del finanziamento alla transizione e all’adattamento dei paesi piú vulnerabili, dei fondi per far fronte alle emergenze già in atto (Loss&Damage) sono ancora aperte, cosí come forte è il rischio che si rimandino o attenuino le decisioni su come colmare l’Emission Gap, il divario tra impegni e riduzioni delle emissioni richieste dall’obiettivo di stare sotto i 1,5-2 gradi centigradi. Il divario delle emissioni nel 2020 è stimato in 8-12 gigatonnellate di CO2; quello nel 2030, in base agli INDC (piani) presentati dai Paesi prima di Parigi, in 12-18 gigatonnellate. Per far sí che tutti accelerino le riduzioni, é essenziale che i paesi sviluppati (USA e UE in particolare) innalzino i propri impegni pre-2020: francamente é incomprensibile che l’Unione Europea non lo faccia, visto che ha superato con 6 anni di anticipo il proprio target del 20% entro il 2020.
Spetterá ora alla trattiva tra i ministri, alcuni dei quali svolgeranno il ruolo di facilitatori, su incarico della Presidenza Francese della COP, cercare di fare in modo che si arrivi alla fine mantenendo fede alle attese di un accordo di Parigi che inizi una nuova era

Ora tocca ai ministri “fare la cosa giusta” per il clima

Mentre i giovani cantano “Fa’ la cosa giusta” e ballano con allegria cercando di coinvolgere i negoziatori, oggi a Parigi i negoziati tecnici si sono ufficialmente chiusi con la decisione di inviare la bozza di accordo sul clima ai ministri.
Per l’esattezza, a chiudere i propri lavori é stato l’ADP, il Gruppo di lavoro incaricato di dar seguito alla Piattaforma di Durban (che appunto prevedeva l’accordo), decidendo di consegnare un testo piú snello, ma che ancora contiene tutte le opzioni. Tocca ora ai Ministri, da lunedí, condurre le danze e mettersi d’accordo sul testo finale. Gli ambientalisti sono cauti e intensificheranno la richiesta di una conclusione forte e significativa, in linea con quanto suggerisce la comunità scientifica per rimanere entro la soglia di sicurezza di 1,5 gradi centigradi e scongiurare lo sconvolgimento del sistema climatico del Pianeta. A dire il vero, oggi si respirava un’aria di maggiore ottimismo, ma l’esperienza insegna che occorre badare alla sostanza, specie quando si passa alla trattativa finale. Il testo negoziale é oggi piú chiaro in termini di opzioni, ma riflette ancora la maggior parte delle divergenze tra i Paesi. Ciò richiederà grande abilità da parte della Presidenza francese e la massima cooperazione tra i governi per arrivare a una visione comune ambiziosa, efficace ed equa. Occorre evitare che, nella fretta di concludere, i ministri non barattino l’ambizione con la propria convenienza, e rimangano fedeli alle indicazioni della comunitá scientifica. Ora tocca alla politica dimostrarsi visionaria e “fare la cosa giusta”.

La campagna clima del WWF Italia

Anche il panda si arrabbia se l’industria fossile fa il greenwashing

 

Mentre i negoziatori si confrontano sui nuovi testi di accordo, tenendosi in piedi con dei caffé che baristi poco esperti producono con lentezza esasperante, mentre si cerca di ridurre le opzioni e le distanze, la COP21 si anima: non solo perché sono arrivate molte persone, tanti giovani ma anche meno giovani, per partecipare alle iniziative nel padiglione con accesso libero, quello delle Climate Generations, ma anche perché altri interlocutori diventano protagonisti, dalle 1000 cittá raccolte dal Sindaco di Parigi nel municipio, all ‘ex vicepresidente Al Gore, indomito paladino del clima.

E oggi anche il Panda ha mostrato gli artigli: si sa, é un animale pacioso, simbolo perfetto per un’associazione che vuole creare le condizioni perché natura ed esseri umani convivano in armonia. Il WWF dialoga e cerca di convincere, non urla. Ci sono peró occasioni in cui il Panda si arrabbia, specie quando si cerca di menarlo per il naso. É quello che é successo quando il team del WWF ha scorso la lista delle iniziative di cooperazione che dovrebbero favorire l’agenda di trasformazione verso un’economia decarbonizzata e ha visto che vi compariva una “Oil & Gas Methane Partnership”, con lo scopo di ridurre le emission di metano derivanti dalle attivitá estrattive per petrolio e gas: badate, le compagnie dei combustibili fossili non si pongono affatto il problema di cambiare, solo quello di migliorare il modo in cui lavorano, cosa che tra l’altro avrebbero potuto e dovuto fare giá da tempo. Ecco quindi svelato il mistero di cui avevamo scritto giorni fa, qual era il cosiddetto ruolo positive dell’ENI sottolineato nell’intervento del Presidente del Consiglio: infatti anche l’ENI compare nella lista delle aziende coinvolte. Sembra di essere tornati indietro di 25 anni, quando tutto aveva inizio e ogni azione poteva aiutare a imboccare la strada del taglio delle emissioni. Purtroppo, come dimostra il fatto che la “Oil & Gas Methane Partnership” é stata proposta solo oggi e non 25 anni fa, si é fatto ben poco, i problemi si sono aggravati, e oggi dobbiamo accelerare una trasformazione radicale che dovrá vedere buona parte dei combustibili fossili rimanere sotto terra se vogliamo limitare il riscaldamento globale a 1,5-2 gradi centigradi.

L’Agenda di Azione di Lima-Parigi (LPAA), concordata un anno fa da Francia, Perù, UNFCCC (Convenzione Quadro sul Cambiamento Climatico) e Segretario generale delle Nazioni Unite, é una iniziativa ad alto livello nata proprio per accelerare la trasformazione, incoraggiando ulteriori azioni sui cambiamenti climatici da parte degli attori non statali, come le imprese, le città e altri. É un tipo di collaborazioni ad alto livello fondamentali per colmare il divario tra i tagli delle emissioni necessari e gli impegni assunti sinora (emission gap), tant’é che trova un riferimento diretto nel testo negoziale di cui si discute oggi alla COP 21. In particolare, il testo parla proprio della creazione di un programma d’azione ad alto livello permanente, in modo da dare spazio alle iniziative di cooperazione altamente ambiziose per l’energia pulita e l’uso efficiente e il risparmio dell’energia.

Qual é l’azione postiva che le compagnie di petrolio e gas propongono? Praticamente vogliono ridurre le emissioni di metano che si liberano durante le operazioni di estrazione; qualcosa che avrebbero dovuto fare da lungo tempo, e comunque nulla a che fare con un agenda che dovrebbe mirare a limitare e tagliare l’uso dei combustibili fossili: qui il fine pare essere esattamente l’opposto, tutelare gli interessi che sono i driver del cambiamento climatico, e non diventare leader nella lotta al cambiamento climatico. E infatti l’ENI, sempre nella LPAA,  ripropone anche la riduzione delle emissioni di CO2 derivanti dal gas flaring (combustione di gas in  eccesso estratto insieme al petrolio, senza recupero energetico, che genera una fiamma sopra le torri petrolifere). Tutte cose facili e ovvie che avrebbero dovuto giá fare da un bel pezzo che peraltro ci risulta abbiano giá usato per i Clean Devolopment Mechanism del protocollo di Kyoto: si aspettano anche i complimenti?  Il WWF ha dunque preso carta e penna e ha invitato la Francia, il Perù, l’UNFCCC, e l’ufficio del Segretario generale delle Nazioni Unite a rafforzare la LPAA, chiedendo loro di escludere  le azioni miranti a perpetuare l’uso dei combustibili fossili dall’iniziativa – pena perdere di credibilità. La ministra francese a Ecologia, Sviluppo Sostenibile ed Energia, Ségolène Royal, ha giá detto in conferenza stampa che anche lei considera l’iniziativa delle industrie fossili  marginale e greenwashing, e che le compagnie dovrebbero pensare alle alternative alle estrazioni, a investire nelle fonti rinnovabili. Attendiamo altre reazioni.

I paesi sviluppati possono aprire la via all’abbandono del carbone

Mentre i lavori proseguono nei sempre più chiusi gruppi di lavoro, gli annunci di iniziative pubbliche e private si susseguono. Protagoniste le energie rinnovabili che, come ricorda oggi un divertente articolo su The Onion, «gli scienziati educatamente ricordano sono pronte a partire in ogni caso»; ma che devono sostituire al più presto i combustibili fossili se vogliamo rimanere ben al di sotto della soglia di 2°C di aumento medio della temperatura globale.

Protagonista in negativo, invece, il carbone, il convitato di pietra, o meglio ormai dell’età della pietra: è il combustibile fossile di cui il mondo può fare a meno da subito, specie nei paesi sviluppati, ed è quello che provoca il livello più alto di emissioni di CO2 se bruciato. Già UK, Austria e l’Alberta (Canada) hanno annunciato di voler fermare le centrali a carbone in una decina di anni. Nel 1306 il re Edoardo di Inghilterra aveva provato per primo a bandire la combustione del carbone perché la regina madre, Eleonora, era rimasto intossicata dai suoi fumi.

Ma in quell’epoca non c’erano molte alternative per riscaldarsi, e si continuò a usarlo. Oggi però le alternative ci sono, e sono non solo pulite e rinnovabili, ma anche più convenienti, tanto più per chi non ha ancora accesso all’energia elettrica. Lo sa bene il premier indiano, che ha lanciato l’alleanza del solare, pur rivendicando il diritto a bruciare le fonti disponibili per sostenere lo sviluppo, aspettandosi aiuti concreti per non doverlo fare, mi permetto di presumere.

La campagna clima del WWF

Le lobby del carbone sono attivamente all’opera per scongiurare il bando definitivo, ben sapendo che ormai le vendite sono in netto calo (-2,3/4,6 per cento nei primi nove mesi del 2015); dato particolarmente importante, l’uso del carbone è in calo in Cina, un paese dove l’inquinamento sta avendo costi sanitari e sociali davvero pesanti. Ma l’abbandono va incoraggiato da provvedimenti che tutelino il clima, la salute e l’ambiente, e i paesi OCSE devono dare il buon esempio. E’ necessario, quindi, che i Governi dei Paesi industrializzati introducano con urgenza una normativa che garantisca l’immediata sospensione della costruzione di nuove centrali a carbone, la chiusura delle centrali a carbone meno efficienti e il percorso per la progressiva chiusura di tutte le centrali a carbone. Lo sottolinea un rapporto a cura del WWF Internazionale.

L’Italia può giocare un ruolo di primo piano accelerando il processo di fuoriuscita dal carbone, come promesso dal Presidente del Consiglio il 22 giugno agli Stati Generali del Clima. Una promessa di cui pare non esserci più memoria. Eppure il nostro è uno dei paesi che può fare a meno da subito del peggior combustibile fossile, avendo una forte overcapacity produttiva per l’energia elettrica (possiamo produrre più del doppio del massimo picco di domanda raggiunto a luglio per l’uso massiccio dei condizionatori).

Le politiche dei Governi devono soddisfare contemporaneamente due sfide interconnesse: energia a prezzi accessibili per tutti e protezione del clima. Oggi la chiave per consentire sviluppo sostenibile e accesso all’energia per tutti c’è ed è nelle energie rinnovabili. Un modello di sviluppo energetico più diffuso e decentralizzato porta benefici estesi e limita le emergenze sanitarie dovute all’inquinamento, al contrario di quanto avviene oggi coi modelli centralizzati fondati sui fossili e il nucleare. Confidiamo che le iniziative per lo sviluppo dell’energia solare annunciate in India come in Africa facciano vincere la sfida dello sviluppo sostenibile, mettendo fuori gioco il vecchio e pericoloso carbone.

La speranza assume nuove forme a Parigi

 

 

Mentre si susseguono gli annunci di nuove, potenti iniziative pubbliche e private per lanciare le energie rinnovabili e aiutare i Paesi piú vulnerabili, il presidente USA, Barack Obama, ancora a Parigi nel secondo giorno di negoziati della COP21 sul Clima, ha lanciato un nuovo messaggio che avvicina le posizioni e rende l’accordo possibile e, forse, anche efficace. “Anche se gli obiettivi (dei Paesi ndr)  in se stessi non possono avere la forza dei trattati, il processo, le procedure che assicurino la trasparenza e revisioni periodiche, devono essere giuridicamente vincolanti. Ed é cruciale per noi avere grandi ambizioni e ritenerci l’un l’altro  responsabili “, ha detto Obama ai giornalisti.

2-gradiIn realtá il nuovo accordo di Parigi sará, appunto nuovo. Non piú obblighi calati dall’alto, ma impegni di ciascun Paese, ci auguriamo poi peró monitorati e verificati, ma soprattutto adeguati al raggiungimento del vero obiettivo vincolante per tutti: rimanere ben al di sotto dei 2 gradi centigradi di aumento medio della temperatura globale. Attualmente gli obiettivi dei vari Paesi non sono adeguati e ci porterebbero a un aumento della temperatura di 2,7-3,7 gradi (secondo studi e analisi diverse).

E’ tutta qui la scommessa del nuovo accordo, quella di coniugare sovranitá nazionale e bene comune, cioé  il clima e i meccanismi che rendono possibile la vita sul Pianeta come lo conosciamo. Sovranitá ma non egoismi, come ha ben detto lo stesso Obama nel suo intervento in plenaria il primo giorno.

Lo spazio per i negoziatori c’é , dunque, auguriamoci che si riesca davvero a venire incontro alle esigenze dei piú poveri e vulnerabili: meno CO2, piú solidarietá e finanziamenti, piú serietá nel mantenere gli impegni, e l’accordo é possibile. Ma sará solo il primo passo di un percorso che dovrá vedere tutti noi protagonisti.

La campagna clima del WWF

 

Dopo i discorsi, a Parigi mandati politici alla prova dei fatti

150 capi di stato e di governo, non se ne erano mai visti tanti a una conferenza sul cambiamento climatico: questo é il segno dell’importanza che la sfida riveste per il futuro del Pianeta. Buona volontá e cooperazione, questo abbiamo ascoltato da quasi tutti gli interventi, con diverse sfumature e diverse ipocrisie, ma anche con inedite e positive assunzioni di responsabilitá, come quella venuta dal Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama.

Responsabilitá per il passato e il presente, ma soprattutto per il futuro, con iniziative volte e convincere i Paesi vulnerabili e quelli in sviluppo che la sua amministrazione fa sul serio e vuole investire in tecnologie pulite, vuole fornire competenze, vuole aiutare sulle emergenze climatiche. Inedito anche il coinvolgimento diretto e pubblico del presidente cinese Xi Jinping sul cambiamento climatico, con una intensa attivitá diplomatica al massimo livello nei mesi precedenti Parigi: la Cina ha dato impulso e sta ottenendo risultati molto importanti su efficienza energetica e rinnovabili, e ha iniziato dei piani di cooperazione “sud-sud” sulle tecnologie pulite e sull’adattamento.

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Insieme ad altri segnali, venuti da buona parte degli interlocutori, e anche molte denunce dei disastri creati dagli impatti del riscaldamento globale nei paesi piú o meno vulnerabili, sembra che ci sia una buona base per lavorare a Parigi e costruire un quadro di accordo davvero ancorato all’obiettivo di rimanere ben al di sotto dei 2 gradi centigradi di aumento della temperatura globale rispetto all’era preindustriale. Ma come ha detto Barack Obama, ci sará molto da lavorare in queste due settimane, e come ha avvertito il presidente della COP 21 Laurent Fabius, non ci sará da traccheggiare e aspettare l’ultimo minuto per l’accordo nei negoziati. Ma gli annunci di iniziative pubbliche e private danno il segno che la nuova economia decarbonizzata puó e vuole partire: non che quella vecchia non sia all’opera per porre ostacoli, sia chiaro.
E ora veniamo al Presidente del Consiglio italiano, Matteo Renzi.

Dal premier sicuramente parole forti e condivisibili sulla necessitá di azione sul clima e per la salvaguardia della natura. Ci piacerebbe che l’Italia fosse piú coerente nella scelta delle rinnovabili per lo sviluppo presente e futuro. Ma soprattutto attendiamo una strategia e un percorso condiviso e sancito per diminuire le emissioni e rendere la decarbonizzazione un fattore strutturale del futuro sviluppo, in Italia come negli investimenti all’estero.

Sulla leadership di Enel ed Eni, ci permetta il premier di chiedere qualche dato in piú: le imprese di cui lo Stato é il maggiore azionista, non sembrano impegnate allo stesso modo nell’economia del futuro. L’Enel ha certamente cambiato narrativa, ma vive tuttora contraddizioni che devono essere sciolte, per esempio l’uso attuale del carbone. L’Eni non pare essere ancora uscita dalla logica degli investimenti a lungo termine negli idrocarburi. Del resto, ormai anche il mondo delle imprese si divide in due: chi é parte del problema, e vuole continuare a puntare sui combustibili fossili, e chi é parte delle soluzioni, e punta sulle energie rinnovabili e su efficienza e servizi energetici. Oggi, ancor piú durante e dopo Parigi,  é ora di scegliere: noi ci auguriamo fortemente che le aziende italiane optino per il secondo schieramento, lavorando per abbandonare rapidamente i combustibili fossili.